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Il nuovo Suspiria di Luca Guadagnino

Un horror con la “S” maiuscola

Per noi della generazione 75/80 Suspiria di Dario Argento è senza dubbio alcuno da considerarsi un film culto. Anche coloro i quali non si definiscono horror-maniaci, non possono non conoscere la famosa pellicola del regista romano. Pellicola che oltre che segnare indelebilmente le coscienze di noi spettatori ha fatto scuola tra registi di tutto il mondo. A conferma di ciò basti pensare che Argento è conosciuto ai più proprio per Suspiria e non per il suo capolavoro precedente Profondo Rosso.

Sia il film del 1977 che la nuova pellicola di Luca Guadagnino prendono spunto dal libro “Suspiria De Profundis” dell’autore inglese Thomas De Quincey risalente al 1845. Sappiamo che in realtà per Argento l’autore inglese fu solamente di spunto al film, molto della trama venne dall’allora compagna Daria Nicolodi e dai racconti fiabeschi di sua nonna Yvonne Loeb. Ella raccontava di come da ragazza avesse frequentato un’istituto artistico che dietro la facciata didattica celava pratiche di magia nera. Il risultato finale fu una pellicola densa di colori, suoni e geometrie architettoniche talmente potente che l’allora critica cinematografica non fu in grado di apprezzare e capire pienamente.

Non un remake

Dal punto di vista strutturale il nuovo film di Luca Guadagnino si avvicina al testo originale inglese. La trama è suddivisa in sei atti più epilogo e sembra una messa in scena tragica. Possiamo tranquillamente dire che, titolo a parte, i due film sono distanti anni luce. Il periodo storico è quello del 1977: in una Berlino devastata per gli attacchi della RAF, nella scuola di danza Tanz Markos un collettivo di streghe sta affrontando un vero e proprio cambio di leadership tra l’algida madame Blanc e l’anziana Helena Markos. Forse l’arrivo di nuova allieva sarà determinante alla decisione. Questo versione di Suspiria di Guadagnino avrebbe potuto funzionare se prima di tutto fosse durata un’ora in meno. Ed è un peccato perché la regia è fluida, le inquadrature sulle scene di ballo impeccabili: la sensuale Susie Bennet si dimena in estasi, c’è un’atmosfera di pathos crescente scena dopo scena. L’idea stessa di fare della danza il fulcro della vicenda e il suo nucleo il rapporto Bennet/Blanc trovo sia una possibile nuova chiave di lettura del film. E’ difficile capire perché sono state inserite tutte le altre diramazioni narrative che alla lunga non permettono né l’immedesimazione con i personaggi né un continuum di senso compiuto. Anche la vicenda amorosa dell’anziano psicologo, un malcapitato antieroe, non trascina a sé lo spettatore. Invece punti forti del film sono senza dubbio la colonna sonora di Thom Yorke, leader dei Radiohead nonché la bravura indiscussa delle attrici Dakota Johnson e Tilda Swinton.

Un omaggio riuscito a metà

La tesi più in voga tra i critici che difendono a spada tratta il lavoro del regista palermitano è quella che il cineasta non voleva fare né un film horror e né tanto meno un remake di Suspiria. Quindi coloro i quali sono andati in sala  con questa convinzione hanno sbagliato film. Mi sembra un facile escamotage. Se davvero si voleva prendere le distanze dall’ingombrante eredità lasciataci da Dario Argento, titolo a parte, forse, non si sarebbe dovuto tirare in ballo altri tantissimi punti di contatto con l’originale. Voluti e non. E’ apprezzabile il coraggio di una simile iniziativa ma l’archetipo resta, come è giusto che sia, irraggiungibile.

 

Recensione Bohemian Rhapsody – The Movie

Un Film Sofferto

Il mito incontrastato di Freddie Mercury sembra davvero non voler cedere nulla allo scorrere del tempo. Ne è la prova l’ultimo omaggio alla band su pellicola: Bohemian Rhapsody. Coloro i quali  in questi giorni hanno avuto la fortuna di vedere sul grande schermo il film possono confermare quanto renda l’esperienza Queen live e non a 360° gradi.

Il tanto atteso biopic, che ha visto avvicendarsi più di un regista da Bryan Singer a Dexter Flecher e molti volti di attori noti dal vituperato Sacha Baron Cohen che a detta dello stesso Brian May non avrebbe capito appieno né lo spirito del film né la figura stessa del glorioso singer, sembra aver trovato la sua quadra in Rami Said Malek nato a Los Angeles di origine egiziane classe 1981, già protagonista dell’acclamata serie di Netflix “Mr. Robot”.

Con queste premesse confesso di aver nutrito molti dubbi sulla riuscita o meno dell’operazione, intanto gli enormi tempi di lavorazione e gli avvicendamenti alla regia mi facevano temere un film discontinuo, non da meno, le molte critiche dei fan queeniani oltranzisti sugli inevitabili errori storiografici che già dai trailer si potevano constatare.

Rami malek freddie Mercury

La sorpresa

Credo sia pressoché impossibile racchiudere in un film di due ore la storia di oltre vent’anni anni di una band.
Molti forse si sono scordati del fatto che un film non è documentario e sarebbe assurdo che lo fosse. Accettata questa premessa non si può non promuovere a pieni voti l’interpretazione da Oscar (è di questi giorni la notizia della nomination al Golden Globe come miglior protagonista) di Malek, il quale non scimmiotta mai Mercury ma ridà letteralmente vita all’istrionico cantante.

Fanno da contraltare con altrettanta maestria gli altri membri della band: lo strafottente e latin lover Ben Hardy/Roger Taylor, Gwilym Lee che interpreta il riccioluto chitarrista May e con una somiglianza direi neanche seconda a quella di Freddie: Joseph Mazzello nel ruolo di John Deacon. Fantastica la perla di Mike Myers nel ruolo di un antipatico discografico che nello stroncare Bohemian Rhapsody autocita il cult Fusi di Testa.

Grande attenzione è stata data alle scenografie dei concerti, c’è una minuzia particolare nel ridare allo spettatore quello che a quei tempi avrebbe potuto significare assistere a uno show dei Queen nonché la registrazione e la nascita di alcuni pezzi memorabili, come Another One Bites The Dust e Will We Rock You (si coi baffi nda). Le noti dolenti sono forse i dialoghi alle volte troppo asciutti e trovare un Mercury in un’abitazione pressoché vuota (feste a parte) che stona non solo con la storia ma anche con il personaggio.

Ancora una volta The Champions

E’ di questi giorni la notizia che Bohemian Rhapsody è il brano più ascoltato di tutti i tempi in streaming, il film stesso è campione d’incassi in tutto il mondo. Quando mi capita di leggere frasi del tipo: “ma tutti questi fan dei Queen ora da dove sono usciti?”, mi ritrovo a sorridere e pensare a quanto sia davvero universale l’opera di questi artisti e se questo film farà nascere nuovi fan ben venga! non credo che Freddie ne sarebbe stato scontento.

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